FALO’ DI SAN GIUSEPPE

19 marzo

Il  Falò del 19 Marzo è un rito antichissimo di origine pagana, antecedente  la nascita di Cristo, durante il quale si accendevano grandi cumuli di legna con in cima un fantoccio rappresentante l’Inverno. L’intento era quello di scacciare l’inverno e dare il benvenuto alla primavera, quale auspicio per una stagione fiorente di culture e raccolti. Successivamente, la festa religiosa  di San Giuseppe, resa obbligatoria in Italia nel 1621, lasciava invariato il rito dei falò ormai diffuso che veniva celebrato su gran parte dell’attuale territorio Italiano da nord sino alla  Puglia.
Il 19 Marzo di ogni anno anche a Sammichele di Bari si celebra il Rito del Falò di San Giuseppe col nome dialettale de: “I Fanòve de San Gesèppe” .
A Sammichele di Bari, questa festa ha sempre avuto connotati di profonda venerazione verso il Santo. Durante le settimane che precedevano il 19 marzo, nei diversi quartieri vi era quasi una gara a chi realizzava  “la fanove” più grande, accumulando rami ricavati dalle potature dei campi (fascine e frasche). Inoltre, sin dal primissimo pomeriggio del giorno di San Giuseppe, moltitudini di bambini, ciascuno armato di un ramo dalle diverse ramificazioni  “U zippe”, giravano per  le case  del centro abitato chiedendo un dono da offrire al Santo, col fine ultimo di portarlo su “la fanove”  per rendere grazie al Santo ed avere in cambio una primavera dal proficuo raccolto.
Il rito del “zippo”  ha sempre affascinato i piccoli della nostra comunità, perché alla frase “Cè n’ge mitte a San Gesèppe?” (cosa offri a San Giuseppe?) corrispondeva un dono consistente in gastronomia (taralli, zeppole, arance, mele o quanto presente in casa) che veniva infilzato alle diverse ramificazioni del “zippo”. La gara era a chi portava sul falò il “zippo” più ricco.
I falò solitamente erano organizzati in diverse zone di Sammichele di Bari, ed i bambini, dopo il giro in tutto il paese, tornavano a bruciare il ramo presso il falò più vicino a casa. Un rientro trionfale, spesso contrassegnato dall’orgoglio di aver effettuato una raccolta tale da poter gratificare il Santo e quanti, genitori e familiari, attendevano l’ arrivo “du zippe” nei pressi della “fanove”. Intorno al falò vi era anche l’abitudine di Pregare e subito dopo  si festeggiava mangiando ceci alla cenere e taralli fatti in casa, e bevendo vino. Spesso le famiglie del rione preparavano vere e proprie tavolate ed offrivano dolci anche ai visitatori provenienti dagli altri rioni.  Durante la festa si creava una sorta di pellegrinaggio con persone che facevano  il giro dei falò, giudicando, senza alcun premio, anche quale fosse il più bello ed il più accogliente.  Quando le fiamme dei falò si abbassavano, così come avveniva durante le feste pagane in cui l’uomo sfidava le forze della natura saltando sopra i carboni ardenti, anche durante i nostri falò, gruppi di ragazzi, aiutati dal cibo e dal vino che contribuiva a dare coraggio, si sfidavano saltando da un lato all’altro della “fanove”, e il tutto era anche finalizzato a dare mostra delle proprie attitudini fisiche alle ragazze presenti.
La festa era ovviamente contornata da allegre conversazioni e da un clima di convivialità che rendeva piacevole la serata sino a quando le ultime fiammelle del falò si spegnevano a ricordare che era giunto il momento di riprendere i propri piccoli, i propri nonni o i propri sogni e di fare rientro a casa, consapevoli che la stagione a venire sarebbe stata ricca e piena di belle sorprese.