Fonte fotografie: D. Notarangelo, “San Michele & Sammichele: la cultura dell’appartenenza”, Schena editore, Fasano 1999
Ogni 17 gennaio, “Sande Anduéne cande fiscke e suéne” (Sant’Antonio canta fischia e suona), inizia il carnevale sammichelino con i tradizionali “Festìne” (festini) organizzati tutti i giovedì, sabato e domenica sino al martedì grasso, con la concessione del primo sabato e domenica di Quaresima per la festa della “pentolaccia”.
Le prime notizie documentate sul Carnevale di Sammichele risalgono al XIX secolo e ci parlano di una ritualità non molto diversa da quella attuale, come dal rapporto di Polizia del 4 marzo 1830. I nonni narrano che il festino nasce con due precisi intenti: accasare le proprie figlie e creare divertimento. Infatti, il festino veniva organizzato solitamente dal padrone di casa che doveva far maritare la propria figlia, pertanto invitava alcune famiglie vicine di casa tra le quali vi era il ragazzo prescelto. Inoltre, l’intento del festino era quello di potersi divertire e trascorrere delle serate serene che distraessero dalla fatica dei campi.
La mascherata, invece, nasce con altre ambizioni: la prima era quella di poter andare in questi locali da ballo ed invitare quel ragazzo che altrimenti non si avrebbe mai avuto l’opportunità di avvicinare; l’altra era quella, per alcuni contadini uomini, di avvicinare il “padrone” che ballava in quel festino e poterlo deridere riempiendolo di scherni.
Il Festino segue delle regole: la disposizione delle sedute avviene perimetralmente separando i cavalieri dalle dame, che devono partecipare a tutte le serate danzanti e sempre nello stesso festino. Il festino è presieduto dal “Caposala”, anticamente chiamato “U’ mèste balle”, che è il padrone di casa o persona di sua fiducia il quale anima e coordina la serata decidendo i balli, regolamentando gli inviti al ballo, ospitando le mascherate e stabilendo quanti balli offrire alle mascherate stesse. Alla musica c’è l’Addetto alla musica, anticamente chiamato “U’ Motoriste”, che ha il compito di mettere le canzoni scelte dal caposala o richieste dalle mascherate. All’ingrasso del Festino vi è il portinaio, anticamente chiamato “U’ Pertnère”, che ha il compito di regolamentare l’ingresso: oltre a verificare l’accesso dei soli invitati, ha il compito di interagire coi conduttori delle mascherate che arrivano e concedere l’ospitalità in accordo col caposala soltanto se il conduttore è persona conosciuta e gradita.
Agli invitati è fatto obbligo di accettare le regole con relativa Compostezza, applausi scroscianti, rime, giochi ed ogni raffinatezza verso il padrone di casa, verso le dame e verso le maschere. La raffinatezza era un tempo detta: fenèzze. Gli invitati del festino non possono assolutamente rifiutare il ballo a nessuno, pena l’esclusione dallo stesso; inoltre, partecipano attivamente ai giochi ed all’animazione delle serate proclamando rime mai offensive o provocatorie.
Su disposizione del caposala, i cavalieri vengono divisi in gruppi diversi contrassegnati da coccarde di diverso colore per un miglior ordine all’interno del festino ma anche per far sì che cavalieri diversi possano invitare tutte le dame affinché nessuna rimanga senza ballare e nessuna balli sempre con la stessa persona.
La sera del martedì grasso c’è la rappresentazione della morte del Carnevale e tutti i presenti piangono il morto all’indicazione del caposala: “chìangìte, u càrnevèle ì muerte”. Il Carnevale finisce la sera della pentolaccia alla frase proclamata dal Caposala: “Cì Dì vòle a l’uanne ci vène” (se Dio vuole, ci vediamo il prossimo anno).
I GRUPPI MASCHERATI
Ai festini arrivano gruppi mascherati composti da bambini, giovani e adulti, vestiti con abiti della tradizione contadina, abiti dismessi, abiti d’epoca, vestiti a tema o domino, con il volto coperto: solo su accordi diretti tra caposala e conduttore può essere concesso di scoprire il volto. Ogni mascherata deve essere condotta da almeno un conduttore o una conduttrice, garante della mascherata. Giunto al festino, il conduttore ha l’obbligo di farsi riconoscere presentandosi e chiedendo ospitalità per la compagnia da lui guidata: il portinaio, consultandosi col caposala consente l’ingresso alle maschere. La maschera rappresenta l’anima del carnevale pertanto, una volta concesso l’ingresso, a lei si deve ogni forma di rispetto o finezza. Nel festino entra una compagnia di maschere per volta: alla mascherata sono riservate tutte le attenzioni di ospitalità, la si accoglie con applausi e rime. Il caposala chiede al conduttore cosa desidera ballare. Una volta partita la musica il caposala proclama: “Maschere e conduttore possono invitare”. Invitano prima tutte le maschere le quali invitano i cavalieri e, dopo aver verificato che tutte le maschere stiano ballando, il conduttore invita al ballo una dama se uomo, un cavaliere se donna. I componenti del festino non possono rifiutare il ballo né alla maschera né al conduttore. La mascherata entra ed esce dal festino accompagnata dalla sigla e dagli applausi scroscianti dei membri del festino.
LA PENTOLACCIA
Il primo sabato e domenica di Quaresima nei festini prendono vita le serate dedicate alla “Pentolaccia”, originariamente chiamata: Là Pegnàte. Gli stessi componenti del festino si ritrovano tra giochi e balli a rivivere il clima carnevalesco senza la presenza delle maschere. In queste serate si festeggia col rito della “Pentolaccia” quello che in realtà potrebbe essere il rito del ringraziamento o della riconoscenza. Pur non essendovi criteri fissi, “Là Pegnàte” del sabato potrebbe prevedere la pentolaccia dei cavalieri dedicata alle dame e quella delle dame dedicata ai cavalieri. La pentolaccia della domenica potrebbe essere, invece, quella offerta dagli invitati al padrone di casa.
“Là Pegnàte” è un recipiente di creta, per l’occasione contenente ceci, biscotti, cioccolatini, nonché qualche gradita sorpresa. I candidati alla “rottura” si avvicendano bendati e muniti di un bastone: essi dovranno individuare la collocazione della pentolaccia guidati dall’intensità della musica o dalle urla degli astanti e con un colpo rompere la stessa. Subito dopo se ne offre il contenuto a tutti coloro a cui la pentolaccia è dedicata.
LA MASCHERA TIPICA: L’OMENE CURTE
Il carnevale sammichelino è allietato dalla sua maschera tipica, l’ómene curte, raffigurante un uomo di statura molto bassa, un contadino povero ma furbo. La persona è coperta con un sacco di juta fino alla vita, il quale forma la testa della maschera, con all’interno un grosso setaccio (“u farenale“) per dare volume; sopra questa “testa” è spesso appoggiata una vecchia coppola per un maggiore realismo. Una vecchia giacca è abbottonata in corrispondenza della vita e un bastone con due guanti, infilato nelle maniche della stessa, forma due braccia spalancate. Muovendosi e ballando, egli colpisce con le sue “braccia” chiunque si trovi nelle vicinanze. Le apparizioni di questa maschera nei festini sono sempre più rare per la difficoltà di indossarne i panni ma, laddove avvenga, l’òmene curte invita a ballare e, ovviamente, non si può rifiutare!
GEMELLAGGIO CON LAVELLO (PZ)
Un’ultima curiosità riguarda la somiglianza tra il carnevale di Sammichele di Bari e quello di Lavello (PZ): entrambe le tradizioni hanno una maschera in comune (il domino), i gruppi mascherati e la consuetudine di riunirsi in locali per ballare. Purtroppo non si hanno notizie certe del motivo di questi elementi congruenti ma è plausibile pensare che il carnevale sia stato importato o esportato da uno dei due comuni. Pertanto, nel 2014 è nato un gemellaggio tra la Pro Loco di Sammichele e quella di Lavello per le tradizioni comuni.
CARNEVALE DI SAMMICHELE DI BARI IN SFILATA A VENEZIA
Dal 2023 la Pro Loco “Dino Bianco” di Sammichele di Bari partecipa alla sfilata del Carnevale di Venezia con le maschere della tradizione. Uno spettacolo emozionante e soprattutto di grande visibilità per la nostra associazione e per il nostro comune.






